martedì 22 aprile 2014

Riflessioni sulla “PARATA DEGLI IMBECILLI”.

Chi non si è fermato al solo titolo, ma ha letto con un minimo di attenzione l’articolo di Franco Pagnoni intitolato “la parata degli imbecilli”, converrà che si tratta di un contributo interessante e perciò stesso stimolante.

Così io l’ho colto e, condividendone profondamente l’indicazione del “cosa fare?”, cerco di dare il mio modestissimo contributo affinché nasca anche da noi una qualche forma di laboratorio di idee con l’obiettivo di togliere dalle voraci mani dei “parrucconi” il controllo delle risorse del mondo e delle nostre vite.

Evito a chi legge una elencazione sommaria e necessariamente superficiale dei “mali del mondo”, non perché non sia importante avere una visione il più possibile chiara e oggettiva della situazione ma perché richiederebbe tempo, spazio, capacità di analisi e di sintesi che non ho. Mi limito ad osservare che il malessere è diffuso ovunque, nel mondo. C’è chi si è preso la briga di contare il numero delle grandi proteste che si sono avute negli ultimi 7/8 anni e ha verificato che sono ben più di quelle che si ebbero in fasi della storia definite poi rivoluzionarie, come il 1848, per esempio. Perché siano così diffuse è subito compreso, credo, e si può riassumere nel termine “globalizzazione”, termine che può essere declinato in tanti valori positivi e altrettanti negativi; tra quelli positivi c’è la velocità con la quale viaggiano le notizie, la grande quantità di queste stesse notizie e soprattutto la capacità di gran parte degli attori delle proteste di far conoscere le proprie ragioni eludendo le censure di ogni tipo. Facendo un passo avanti, dovremmo poi chiederci come mai queste proteste sono spesso sfociate in poco o niente, o sono durate lo spazio di una moda, o come mai le proteste sono spesso dirette a mantenere lo status quo, magari mitizzando nostalgicamente il passato recente (spesse volte gli anni ’70), e di conseguenza si autocondannino alla sconfitta in tempi rapidi. Forse perché l’evoluzione tecnologica, sempre più veloce, modifica continuamente i processi produttivi e conseguentemente scardina ogni modello di società precedentemente costituito. Ma qui per me la questione si fa improba e perciò mi limito a questa domanda retorica: non è possibile che la scienza, e quindi la tecnologia, siano alleate dell’uomo e contribuiscano ad eliminare lo sfruttamento bestiale di centinaia di milioni di persone e lo stato di miseria in cui si trova un numero altrettanto grande di individui? La risposta positiva mi sembra scontata, ma forse lo è solo per il modo con il quale ho posto la domanda.

Oltre che un termometro del malessere diffuso, le grandi e piccole proteste sparse nel mondo sono state anche un momento di presa di coscienza da parte di milioni di persone che si sono giustamente indignate di fronte alle tante e palesi ingiustizie di un mondo organizzato a vantaggio di pochi (i “parrucconi”). Può quindi essere, come ho affermato poco sopra, che siano state sconfitte nel loro obiettivo immediato, ma la presa di coscienza ha prodotto spesso una grande quantità di organizzazioni dai mille propositi diversi ma con un comun denominatore di critica radicale a questo modello di sviluppo: sono i “circoli, laboratori, cantieri, …” di cui parla Franco Pagnoni nel suo articolo.

L’importanza di questi momenti aggregativi è evidente a quanti hanno a cuore lo sviluppo in senso democratico di una società sempre più complessa nella quale, forse a motivo della sua complessità, la democrazia rappresentativa è sempre più in crisi. I partiti e i sindacati, che sono stati gli strumenti principe di partecipazione della gente per tutto il ‘900, sono l’espressione più evidente di questa crisi; e non credo che le ragioni siano da ricercare solo nella pochezza di un ceto politico-sindacale autoreferenziale. Una delle cause, a mio modo di vedere la principale, è data dall’incapacità da parte degli stati di governare lo sviluppo economico. Del resto: come potrebbe uno stato nazionale dettare le proprie linee di politica economica e sperare di imporle a colossi economici, e finanziari, sovranazionali? E noi, come possiamo pensare di difendere i livelli di retribuzione e di condizioni di lavoro, conquistati da pochi anni nelle nazioni più sviluppate, quando ci sono centinaia di milioni di persone disposte a lavorare per molto meno e in condizioni inumane pur di sfamare sé stessi e i propri figli?

Di fronte a domande per me troppo grandi e a una realtà così complessa da governare, mi sono convinto che la risposta non possa essere la conquista della “stanza dei bottoni” da parte di avanguardie illuminate. Non rinuncio all’idea che la politica, quella buona, debba prevalere sull’economia; che le ragioni della dignità dell’uomo debbano prevalere su quelle del profitto. E sono anche convinto che la democrazia rappresentativa, pur con i suoi notevoli limiti, sia sì da riformare ma anche da salvaguardare in ogni modo; così come sono da salvaguardare i valori che ne hanno accompagnato la nascita, nell’epoca moderna, dal ‘700 in poi: che sono i valori della tolleranza, dell’equità sociale e della cooperazione tra le persone.

Chi ha avuto la pazienza di leggere questa pagina di riflessioni, ne avrà individuato i tanti limiti, i tanti temi tralasciati e forse anche la superficialità con cui sono stati trattati gli argomenti proposti. Sono limiti che, chi più chi meno, ogni individuo necessariamente ha. Se però questo individuo si mettesse assieme ad altri, e le riflessioni proprie le facesse diventare riflessioni collettive; se con altri si organizzasse per ottenere dai vari specialisti delle chiavi di lettura corrette della realtà, e con altri studiasse delle possibili alternative alle storture esistenti; se contribuisse alla nascita di soggetti collettivi e questi riuscissero a mettersi in rete e collaborare tra di loro, così come accadde nel ‘700; allora potrebbe formarsi una nuova coscienza collettiva, un “nuovo illuminismo”, che potrebbe avere la forza di piegare le ragioni del profitto a quelle dell’uomo.

Un uomo da solo può magari fermare un carro armato, come forse è avvenuto a Piazza Tien’anmen; una moltitudine può far sì che i carri armati non vengano costruiti

Ugo Cattaneo

21 aprile 2014


blog comments powered by Disqus